12 aprile 2015

II DOMENICA DI PASQUA

L'episodio di s. Tommaso del Vangelo di questa domenica (Gv 20,19-31) mi ha porta a due riflessioni.

1) La potenza delle idee preconcette e delle immagini. Se abbiamo presente la quasi totalità dei quadri che raffigurano l’episodio, notiamo che Tommaso è ritratto nell'atto di mettere il dito nel costato. Ricordo un quadro, di cui ho dimenticato l’autore, in cui Tommaso con un paio di occhiali (del tutto anacronistici) scrutava le piaghe! Neanche il Caravaggio si discosta da questa iconografia.
Eppure se leggiamo bene l’episodio, senza preconcetti né preraffigurazioni, notiamo che da nessuna parte viene detto che Tommaso abbia fatto ciò.
Penso che la migliore rappresentazione di questo passo possa essere un Tommaso a capo chino di fronte a Gesù che ha le braccia aperte, non per mostrare le piaghe, ma per accogliere la stupenda professione di fede, una delle più grandi di tutto il N.T.: “Mio Signore e mio Dio”.

2) La seconda riflessione riguarda direttamente gli Apostoli, ma indirettamente riguarda tutti noi. Proviamo un po' a pensarci. Dieci Apostoli hanno assistito ad un evento veramente eccezionale. Colui che era morto con ignominia, e che quindi secondo la mentalità del tempo doveva essere un maledetto da Dio, è risorto, è apparso in mezzo a loro. E questo fatto rappresenta la realizzazione delle promesse, il pieno avverarsi delle loro speranze e delle parole del Maestro.
Provate ad immaginare: ciò che avete sempre sperato, inaspettatamente si realizza. E voi non siete contenti? non incominciate a saltare di gioia, ad avere gli occhi che brillano? Di fronte ad una notizia di questo genere la gioia si deve vedere lontano un miglio, in particolare per chi ha condiviso questa speranza e questa momentanea delusione. Invece ai dieci non traspare niente. Di fronte ad una notizia di questo genere le parole non bastano, è tutta la persona che deve comunicare. E allora mi sa che Tommaso non ha avuto tanti torti a dubitare.
Questa Chiesa nascente, che dovrà portare il messaggio, la lieta novella che proprio su questa Risurrezione si fonda, alla prima prova si è mostrata carente. Forse perché ha cercato di dimostrare invece che mostrare. Forse perché lo Spirito che la sera della prima apparizione Gesù aveva alitato, non era bastato. Ci voleva lo Spirito della Pentecoste.
E forse anche a noi tante volte capita lo stesso: ci sforziamo di "dimostrare" Gesù, invece dovremmo mostrarlo. Mostrarlo con la nostra vita, con le nostre azioni, con il nostro amore per tutti e verso tutti.
Ma soprattutto non dovremmo fondarci solo sulle nostre forze, sui nostri piani pastorali, sui nostri convegni di studio. Il fondamento di tutta la nostra azione, della nostra vita e della nostra speranza deve essere solo lo Spirito Santo.

Su suggerimento fattomi anni fa dal caro amico sPunto aggiungo un altra cosa.
Dopo l'episodio citato, Tommaso compare sempre nei versetti successivi. Sta sempre attaccato a Pietro!! Partecipa attivamente, non si lascia scappare le occasioni...

Di questo mi vengono in mente due motivazioni:
1 - lo fa perché è stato "conquistato", perché ha trovato il coraggio, perché è stato toccato nel profondo del cuore;
2 - (e questa è un po' cattiva) lo fa perché non vuole più essere assente in un momento 'topico', perché ha paura di perdere un'altra volta il treno.

Sinceramente penso più probabile la prima

05 aprile 2015

Pasqua di Risurrezione




"... Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura ..." (Gv 20,1-9)

Cristiano non è uno che ha capito tutto. È uno che ha visto e ha deciso di fidarsi di una persona, Gesù, e dei propri occhi. Sa che c'è e ci sarà sempre qualcosa che sfugge alla comprensione, qualcosa di più grande.
In ogni persona, e in Dio in particolare, c'è sempre una zona di mistero, di inesplicabile. C'è sempre qualcosa da scoprire. C'è sempre qualcosa di cui meravigliarsi, qualcosa di cui stupirsi, qualcosa di cui gioire.

Avere fede non vuol dire aver capito tutto, ma vuol dire fidarsi, vuol dire aprirsi al mistero, vuol dire allargare la propria visuale, il proprio sguardo fino ad abbracciare l'infinito. Vuol dire sapere di non sapere, ammettere i propri limiti. Aprirsi ogni giorno ad una novità, essere disponibili ogni mattina a nuovi passi su cammini che non sono mai uguali.

Avere fede è una magnifica avventura che chi ritiene di aver capito tutto si preclude. Chi pensa di aver capito tutto, in realtà non ha capito niente.

04 aprile 2015

Sabato Santo

Alla fine Gesù esclama: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito“.
È il destino di tutti noi, di ogni cosa, di tutto l’universo: essere riconsegnati nelle mani di Dio.

Il libro della Genesi ci racconta che Dio con le sue mani plasmò l’uomo dalla terra, e che poi vi alitò il suo Spirito. Alla fine ognuno di noi ritornerà a quelle mani che lo hanno plasmato con tanto amore per restituire quello spirito che ci è stato donato.

Ma a quelle mani accoglienti non torneremo con le nostre mani vuote. In quell'abbraccio accogliente non si scioglierà solo il nostro corpo, ma troverà compimento tutta la nostra vita.

Riconsegneremo al Padre tutti i nostri gesti d’amore. Da quelli talmente piccoli e nascosti che neanche noi riusciamo a vedere, a quelli che ci hanno richiesto un grosso sacrificio, una morte interiore dolorosa.

E Lui che è l’Amore prenderà i nostri atti d’amore e togliendogli tutte le scorie del nostro egoismo, dei nostri limiti, li farà risplendere di quella luce d’eternità che sempre avevano, ma che i nostri occhi limitati non riuscivano a cogliere.

Si, Gesù sulla croce, nel momento di compiere il dono più alto, ci ricorda che tutto ci viene da Dio e che tutto a Lui ritorna. Ma ogni cosa che riceviamo dobbiamo restituirla non come l’abbiamo ricevuta, ma deve recare le nostre impronte, il nostro marchio. Ogni dono di Dio non dobbiamo seppellirlo nella terra per restituirlo intatto, ma dobbiamo maneggiarlo, usarlo, sporcarlo con le nostre mani, ammaccarlo con la nostra vita.

Solo così renderemo piena gloria a Dio e solo così la nostra vita sarà veramente realizzata e potremo entrare nella gioia senza fine.

03 aprile 2015

Venerdì Santo

Giovanni, nel suo Vangelo, ci dice che subito prima di morire Gesù ha esclamato: “Tutto è compiuto!
Poco tempo prima proprio Lui ci aveva detto che il pastore lascia le 99 pecore per trovare l’unica pecora perduta.

Sulla croce Gesù ci dimostra che le sue non sono solo parole, ma che Lui non ha fatto altro che illustrarci, raccontarci la sua vita, la vita di Dio.

Dio sa contare solo fino a 1. Per quell'uno che si è smarrito, Dio abbandona tutto e lo viene a cercare. E non si da pace, non cessa la sua ricerca fino a che non lo ritrova.

Affronta ogni cosa, è disposto a tutto, a non avere dove posare il capo per riposare, a vedere gli amici abbandonarlo e tradirlo, a ricevere gli insulti, a essere torturato, a farsi inchiodare su di una croce, pur di ritrovare colui che si era perduto.

Contro l’amore di Dio è vano fuggire. Dio ti insegue per raggiungerti, per dirti che c’è una reggia preparata per te, proprio per te, e che Lui in persona ti ha preparato la stanza migliore. E anche se tu, per non farti raggiungere, ti fai appendere ad una croce, Lui, pur di farsi trovare da te, si fa appendere accanto.

Si, veramente “tutto è compiuto“. Per questo, solo per questo il Figlio si è fatto uomo.

E adesso che ha ritrovato colui che si era perduto può tornare al Padre. Ma tutto è compiuto proprio perché non torna solo. Il Figlio può presentarsi al Padre dicendogli che ha fatto la Sua volontà perché si presenta non da solo, ma a braccetto di un ex-ladro, la prima di un’innumerevole schiera di pecore perdute e ritrovate dal Suo amore senza limiti.

02 aprile 2015

Giovedì Santo

Ad un certo punto, Gesù in croce esclama. “Ho sete
Non è solo il grido del Crocifisso che ha sete fisica, ma è anche il grido di Dio che cerca l’uomo, che ha sete dell’uomo. Questa sete ci rivela la sofferenza di Dio senza l’uomo. Il Creatore non può vivere senza la creatura, il pastore senza il gregge. È una sete che ha un’unica causa: l’amore.

Perché la sete di Dio è come il suo amore: infinita e inesauribile. Più l’uomo si è allontanato da Dio, più si è fatto sordo alla Sua voce, più Dio fa sentire il suo amore. Lui non ha ritirato il suo amore, lo ha moltiplicato. Più l’uomo si è negato, ha rifiutato Dio e il suo amore, più Dio ha moltiplicato il suo amore e i suoi doni. Alla fine ci ha donato il Figlio. Ha dato tutto quello che aveva, si è spogliato di tutto, ha dilapidato il capitale di famiglia, non gli resta più niente. Lui è davvero un “Padre prodigo“, pur di avere l’uomo.

A volte la sete è segno di una malattia. In questo caso ci dice di quale sia la malattia di Dio: Dio è malato di amore per l’uomo.

E questo amore non ci è dato per i nostri meriti, perché non c’è niente che possa “meritare” un amore così grande, così immenso. Ci viene offerto per dono, gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio. Perché Dio non ci chiede niente in cambio di questo amore. Lui non ci chiede niente, l’unica cosa che lui spera (spera e non chiede) è che noi accettiamo, accogliamo, questo amore.

Questa sete di Dio ci dice che non abbiamo bisogno di “valere“, di essere degni (e d’altra parte non lo saremo mai) per avere il suo amore, per essere amati, ma che solo accogliendo il suo amore, solo lasciandoci amare acquistiamo il nostro vero valore, la nostra più reale dignità.

Mercoledì Santo

Oggi un frase di Gesù che per certi versi può sembrare scandalosa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Dico scandalosa perché sembra impossibile che Gesù, il Figlio di Dio, si senta abbandonato da Dio stesso.

Ma il Figlio di Dio si è incarnato non per finta o per gioco, ma per condividere con l’uomo tutto fuorché il peccato. E questo tutto comprende anche l’angoscia che deriva dal sentirsi abbandonati dal Signore.

Molti tra i grandi santi e mistici, penso a san Giovanni della Croce, a santa Teresa d’Avila, a santa Teresina di Lisieux, ce lo dicono: arriva un momento in cui Dio sembra tacere, in cui sembra che il Signore, che tanto ti ha donato, si chiuda nel cielo e non voglia più non dico parlarti, ma neanche degnarti di uno sguardo.

Sono momenti tremendi quelli del silenzio di Dio. Lui, la fonte della vita, ti abbandona e tu ti senti morire.

È il silenzio del Sabato Santo. Dio ha abbandonato la terra e l’uomo si ritrova spaesato e tremante in balia di sé stesso, senza sapere dove andare, cosa fare, ma soprattutto senza speranza e senza consolazione.

Ma è un’assenza che, anche se sembra eterna e interminabile, è destinata a finire. E finirà con la gloria della Pasqua, la grande festa della Resurrezione.

Inoltre per noi questa assenza, questo ritrarsi di Dio, ha anche un altro scopo. Serve a purificare il nostro cuore, a toglierci le tante errate immagini di Dio che nel corso degli anni ci siamo costruiti, a farci capire che niente ci è dovuto ma che ci viene donato il tutto, che non dobbiamo fare niente per avere il suo amore, solo accoglierlo, che non dobbiamo “valere” per essere amati da Lui, ma che siamo amati incondizionatamente.

31 marzo 2015

Martedì Santo

Continuiamo a ripercorrere le parole di Gesù sulla croce e ascoltiamolo quando dice: “Oggi sarai con me nel paradiso“.

Sappiamo benissimo a chi sono rivolte queste parole, a quello che tutti conosciamo come il ladrone pentito, il buon ladrone.

Due sono gli insegnamenti che possiamo cogliere da queste parole di Gesù.

Il primo è che mettersi alla sua sequela significa sì il paradiso, la resurrezione per la nostra felicità, ma per risorgere bisogna prima morire! Morire al nostro egoismo, ai nostri progetti di salvezza senza “prendere la nostra croce“. E morire al nostro egoismo non è un morire per modo di dire, è qualcosa di arduo, che ci da sofferenza, che ci costa molta fatica. Però in questa fatica, in questa sofferenza non siamo lasciati soli, c’è al nostro fianco Lui, che soffre con noi e per noi. C’è Lui che ci aiuta e ci sorregge col suo Spirito, c’è Lui che ci rivolge parole di consolazione e di speranza.

La lotta contro il nostro egoismo è vera lotta, ma è una lotta in cui siamo sicuri della vittoria se confidiamo non sulle nostre forze, ma sulla Sua potenza.

E il secondo insegnamento è che proprio al culmine della nostra sofferenza, del nostro dolore, nei momenti più bui e disperati della nostra vita, Lui viene per donarci il Paradiso. Nel massimo del dolore c’è un raggio di speranza e di felicità. La speranza e la gioia ci vengono donate non “nonostante” la sofferenza, ma “nella” sofferenza.

Basta che volgiamo il nostro sguardo a Colui che soffre al nostro fianco. Basta che anche noi, come il buon ladrone, riusciamo a vedere Dio non nella gloria e nel trionfo, ma nel sofferente e nel deriso.

Ma la cosa principale che ci vuole insegnare Gesù è che il paradiso è “OGGI“. Noi siamo troppo spesso attaccati ad un passato che è ormai solo ricordo, o ad un futuro che non è ancora. Gesù invece ci ricorda che la salvezza è OGGI, la conversione, la santità, il perdono sono OGGI.

È OGGI che devo aprire gli occhi e le orecchie, è OGGI che devo riconoscere il mio re e Signore. Anche se mi ritrovo, anzi, ci ritroviamo, Lui ed io, in una situazione per niente piacevole.

30 marzo 2015

Lunedì Santo

Quando ci viene a mancare una persona cara, una delle cose che teniamo in fondo al cuore sono le ultime parole che questa ci ha rivolto. Proprio perché sono le ultime, acquistano un senso diverso, nel ricordo acquistano per noi un’importanza particolare. I Vangeli ci riportano le ultime parole che Gesù disse sulla croce. Proviamo a ripercorrerle proprio come le ultime parole che Gesù morente rivolge a tutti noi.

Una delle prime frasi che Gesù disse è “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno“. Le cronache del tempo raccontano che un condannato alla croce, il più delle volte urlava dal dolore, e le volte in cui riusciva a parlare, le sue parole erano delle maledizioni, o verso il giorno in cui erano nati o verso gli aguzzini.

Niente di tutto ciò in Gesù. Nel momento del massimo dolore fisico le sue parole sono parole d’amore, di perdono. Anche nel momento tragico Lui ci mostra qual è la volontà del Padre: perdonare!

Certo le sue parole si indirizzano nell’immediato a coloro che lo avevano condannato, a coloro che eseguivano la condanna. Ma non solo per loro Gesù chiede al Padre il perdono.

Gesù si rivolge anche a tutti noi. Perché anche noi il più delle volte non sappiamo quello che facciamo.

Se quando pecchiamo sapessimo cosa facciamo! Penso che se anche ne avessimo una pallida idea ci guarderemmo bene dal peccare.

Perché quando pecchiamo, in realtà non sappiamo quello che facciamo. Non sappiamo quanto male facciamo agli altri, ma anche quanto ne facciamo a noi stessi. Il peccato è proprio un far male agli altri e anche a sé stessi. Solo che il più delle volte noi non ce ne accorgiamo, pensiamo invece di fare il nostro bene. Non ci rendiamo conto che peccando scegliamo una cosa che del bene ha solo l’apparenza. Il male è come un frutto con una buccia lucidata, splendida, ma che dentro è tutto marcio, andato a male.

Il bene invece è come quei frutti dall’apparenza non proprio delle migliori, apparentemente non è perfetto, ma ha una volta addentato scopriamo che ha un sapore squisito. È un po’ come quelle ciliege o quelle fragole che ci ricordiamo dalla nostra infanzia, non erano belle, tutte irregolari, piccole e magari anche un po’ rovinate dalla grandine, ma un profumo così non ce lo dimenticheremo mai, per non parlare poi del sapore.

E allora quanto sono attuali le parole di Gesù. Si: “Padre, perdonaci, perché non sappiamo quello che facciamo“. E perdonandoci, donaci di riuscire ad essere come te, cioè di riuscire a perdonare.

29 marzo 2015

DOMENICA DELLE PALME

Andare a scuola di fede da un uomo. Non si capisce bene quale sia il suo mestiere. Per Luca è un “malfattore”, per Matteo e Marco un “ladro” o “predone”. Per la tradizione “brigante e assassino”. Comunque sia è senz'altro un poco di buono, uno da evitare ad ogni costo.

Qui c’è la prima curiosità. Stando ai Vangeli, durante la sua esistenza, Gesù non ha mai avuto l’occasione di incontrare dei briganti. Invece adesso, nel giro di poche ore, ha a che fare con tre di loro. Prima Barabba, il bandito che ha preso il suo posto nella libertà, e poi, sulla croce, è in compagnia di altri due.

Ma in fondo cosa può insegnarci quest’individuo, condannato giustamente per sua stessa ammissione, a morte? Il ladrone ha saputo scoprire Dio sotto le apparenze di uno giustiziato in mezzo a due ladroni. Riconosce Cristo come Re non nel momento del trionfo, dei miracoli, delle folle osannanti, ma nel momento della disfatta, quando le sue truppe (poco) fedeli sono sparite, quando è nudo, con una corona di spine, quando è esposto a tutti i colpi, compresi quelli del sarcasmo, quando è inchiodato su un trono infamante. Lo riconosce quando è “sfigurato”, non quando è “trasfigurato”.

Può essere facile seguire il Gesù dei miracoli, il Gesù acclamato dalle folle. Molto più arduo seguire il Gesù che non si difende, che si lascia processare e deridere, che si lascia inchiodare su di una croce. È difficile accettare la sua strada di “abbassamento”.

Il ladrone ci ricorda che il paradosso cristiano fondamentale è questo: puntare sulla vittoria, anzi, essere sicuri della vittoria schierandosi dalla parte di questo Re che, secondo le valutazioni umane, è irrimediabilmente perdente. Dobbiamo imparare ad essere dei perdenti, ma non dei perduti.

Qualcuno lo chiama “il contrabbandiere del Paradiso”, dice che ha “rubato” il Paradiso. Insomma, che il Paradiso gli è stato “donato”. Ma chi può “meritarsi” il Paradiso? La salvezza è dono, non merito. È grazia, nient’altro che grazia, e non merito dell’uomo. Neanche i Padri del deserto, gli uomini delle penitenze più dure, hanno pagato il prezzo del Paradiso.

Qualcuno, anzi tanti, dice che è comodo: tutta una vita di bagordi, e poi cinque minuti … e si è in Paradiso. Sembrano quasi molto invidiosi. Sembra che gli siano rimaste sullo stomaco le virtù che sono costretti a praticare. Ma questo, in fondo, vuol dire ritenere che il peccato, la lontananza dal Padre, sia fonte di felicità. Dobbiamo renderci conto che l’ubbidienza alla legge di Dio è motivo di gioia, che il fare la volontà del Padre è festa (anche se rimane una cosa costosa). Se no, la nostra fedeltà è una fedeltà da schiavi, in vista del salario finale, non da figli. La virtù è gioia, è libertà, non prestazione onerosa.

Ma in fondo anche Gesù gli deve essere grato. Lui che era venuto a cercare ciò che era perduto, che era il medico venuto per i malati, ha avuto la possibilità di guarire il moribondo quando glielo avevano impedito inchiodandogli le mani. Ha potuto presentarsi al Padre e dire: “Missione compiuta”. Ha presentato al Padre il primo suddito reclutato in un mondo di delinquenti comuni.

E qui abbiamo la seconda curiosità. È l’unico santo canonizzato direttamente da Gesù, eppure per lui non c’è posto nel calendario liturgico. Non si sa neanche il nome. Per i genitori della Madonna si sono accettati i vangeli apocrifi, per lui no. Che sia perché, in fondo, ognuno ci deve mettere il proprio, di nome, su quella croce di fianco a quella di Gesù?

21 marzo 2015

V DOMENICA DI QUARESIMA

Il vangelo di oggi inizia con una domanda impegnativa: “Vogliamo vedere Gesù“.
Dico che è impegnativa perché è questa l’esigenza, la richiesta più urgente, anche se spesso inconfessata, del mondo d’oggi nei confronti dei cristiani.

Sta a noi soddisfare questa pretesa legittima. Noi, i cercatori di Dio, dobbiamo essere in grado di coinvolgere anche gli altri in questa avventura entusiasmante.

La vita cristiana, o è manifestazione di Dio, oppure è accademia spirituale, catena di montaggio di opere più o meno buone, orribile chiacchiera come la definisce S. Kierkegaard. Se il Signore non ci ha deluso, proviamo a nostra volta a non deludere le attese dei fratelli.
Dobbiamo però evitare di rispondere a questa attesa nella maniera sbagliata. Maniera sbagliata è soprattutto la pretesa di insegnare Dio. “Vogliamo vedere Gesù”, ci dice il mondo, non abbiamo voglia di sentire dei discorsi intelligenti e pretenziosi sul suo conto. Dovete “mostrarcelo” non “dimostrarcelo”.

Non si insegna Dio. Bisogna raccontare Dio. Bisogna manifestare Dio, con entusiasmo, passione, competenza, stupore, e perfino ingenuità.

Succede spesso che ci lamentiamo dell’indifferenza, del disinteresse, del “sonno” degli uomini del nostro tempo nei confronti di Dio. Dovremmo però porci una domanda: e noi che cosa facciamo per risvegliarli, per scuoterli da questa inerzia? qual’è il nostro potenziale di disturbo? quale immagine di Dio siamo in grado di esibire?
Antoine de Saint-Exupéry osservava amaramente: “C’è troppa gente che lasciamo dormire”
Ora, qual’è il dono essenziale della vita cristiana nei confronti del mondo moderno? Io penso che sia il “dono della nostalgia”. Nostalgia di qualcos'altro, di un Altro.

Oltre alla macchina, al televisore, al computer, al telefonino e a una discreta collezione di idoli vari, l’uomo possiede, nelle profondità del suo essere, qualcosa di molto prezioso: il marchio di fabbrica, potremmo anche dire la cicatrice, di Dio (”E dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza). In ogni uomo esiste questo marchio, magari sepolto sotto cumuli di polvere e di sonno.

In questo caso “impedire di dormire” non significa tanto alzare la voce, quanto lasciar intravedere, essere trasparenti. Il nostro compito consiste nel fare da specchio, risvegliare quest’immagine, riportarla alla luce.

Prima di finire vorrei proporre un piccolo esercizio di fantasia. Proviamo ad immaginare che qualcuno, magari proprio questa sera, ci fermi e butti li la stessa richiesta fatta a Filippo: “Vogliamo vedere Gesù”. Riusciamo ad immaginare come ce la caveremmo?
Ma vorrei regalarvi un’altra immagine. Quando morì in un incidente d’auto, l’abbé Amédé Ayfre, il creatore della teologia dell’immagine, aveva 42 anni. La sua epigrafe più bella è stata detta, sia pure involontariamente, da un’attrice che confessò a un giornalista che la intervistava: “Che cosa volete che vi dica … quello era un uomo che quando lo incontravi, ti faceva venire voglia di Dio
Pensiamoci un po’. Ci è mai successo di sentirci responsabili di aver fatto venire a qualcuno la voglia di Dio?

13 marzo 2015

IV DOMENICA DI QUARESIMA

"Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo ..... la luce è venuta nel mondo" (Gv 3,14-21)

Un prato ai margini di un bosco. Prima mattina. È tutto bagnato di rugiada. Sorge il sole e man mano che la luce arriva sul prato l'erba si asciuga. Solo dove la luce del sole non arriva perché oscurata dell'ombra del bosco, l'erba rimane bagnata.

Cristo è questa luce che viene ad illuminare la nostra anima, illumina i nostri peccati, ma non per rinfacciarceli, ma per farceli conoscer e farli evaporare al calore del suo amore. Perché Lui non è venuto per condannare, ma per salvare.

Solo dove non lo lasciamo illuminare non può intervenire, non può scaldare col suo amore. E la rugiada rimane. E giorno dopo giorno fa marcire l'erba.

"Spalanchiamo le porte a Cristo" (Giovanni Paolo II), lasciamo che vada dappertutto nella nostra anima, lasciamoci amare!

09 marzo 2015

Alla caccia del fariseo che è in noi

In ognuno di noi c'è, più o meno nascosto, un fariseo. Ecco un piccolo, e purtroppo incompleto, identikit.

Tutti noi siamo farisei quando:

- annulliamo la Parola di Dio con le nostre tradizioni;
- ci limitiamo alla legalità;
- riduciamo la religione ad una questione di pratiche;
- pretendiamo di arrivare a Dio saltando il prossimo;
- la nostra opera di proselitismo fabbrica dei 'settari';
- ci preoccupiamo di 'sembrare' più che di 'essere';
- abbiamo l'ambizione di dominare, o quanto meno di emergere;
- ci riteniamo migliori degli altri;
- mettiamo la legge (la lettera della legge) al vertice delle nostre preoccupazioni, e non l'uomo.

I farisei non sono una categoria di persone, sono una categoria dello spirito. È un atteggiamento interiore comune, in maniera più o meno marcata, a tutti noi

07 marzo 2015

III DOMENICA DI QUARESIMA

"Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi" (Gv 2,13-25)

Questo brano viene in mente spesso a chi non crede, magari quando visita Lourdes o qualche altro centro religioso molto frequentato. E non hanno del tutto torto.

Ma a me ultimamente viene in mente assieme a s.Paolo quando dice che noi siamo tempio di Dio (1Cor 3, 16-17).

Io sono tempio di Dio, e io ho lasciato entrare i mercanti, ho lasciato che questo tempio di Dio che sono io sia diventato 'una spelonca di briganti'.

Ogni volta che sono andato in chiesa per mercanteggiare col Signore per acquistare un pezzetto di Paradiso sono stato un mercante.
Ogni volta che ho pregato e implorato solo quando mi trovavo con l'acqua alla gola sono stato un mercante.
Ogni volta che ho preteso che Dio mi esaudisse quando e come volevo io, che Lui fosse a mia disposizione sono stato un mercante.

Questo tempio di Dio che sono io sarà veramente purificato quando le sue frustate avranno cacciato fuori questa mia mentalità mercantile, questo mio cercare di acquistare il Paradiso, questa mia concezione utilitaristica della religione.

Questo tempio di Dio che sono io sarà veramente purificato quando il Signore da persona religiosa mi avrà trasformato in persona di fede.
Quando da uno che ha una religione mi avrà fatto uno che vive una fede.

01 marzo 2015

II DOMENICA DI QUARESIMA

"Non sapeva infatti che cosa dire" (Mc 9,2-10)

Quanto più bella era la vecchia traduzione: "non sapeva cosa diceva". Quanto più aderente al Pietro dei Vangeli, così passionale, generoso, istintivo.

Ma andava meglio anche per me. Quante volte, nella preghiera, nella vita, non so cosa dico? Quante preghiere non sono state esaudite (o almeno a me è sembrato così) perché non sapevo cosa dicevo?

Me se Gesù, nonostante tutte le stupidaggini fatte da Pietro, lo ha lasciato a capo della sua Chiesa, vuol dire che Lui mi ama lo stesso, mi ama così come sono. E se qualche volta a causa della mia minchioneria si è messo le mani nei capelli e ha fatto fare gli straordinari allo Spirito Santo, spero qualche volta di avergli strappato qualche sorriso.

21 febbraio 2015

I domenica di Quaresima

"Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto" (Mc 1,12-15)

Più che un'amichevole pacca sulla spalla, quella dello Spirito, assomiglia alla pedata nel fondo-schiena che l'istruttore di paracadutismo da agli allievi al loro primo lancio.
L'azione dello Spirito avviene subito dopo il battesimo di Gesù.
Lo Spirito non tiene al calduccio il credente,
non gli assicura un clima favorevole.
Non è aria condizionata;
a volte è un soffio, un alito di vento leggero,
ma a volte è una di quelle raffiche di bora che sconquassano tutto.

Ci caccia fuori dal tepore della nostra pietà superficiale,
dai nostri schemi collaudati che escludono ogni avventura,
dalle nostre strutture tutte tese all'autoconservazione (anche a scapito della vita).
Ci scaraventa nel deserto dove si vive il rischio della fede e si è schiaffeggiati dalla vita reale.
Lo Spirito non ci protegge, ci fa uscire allo scoperto;
non ci dispensa dalle difficoltà, ci butta dentro.
Dopo l'immersione nell'acqua ci immerge nelle ambiguità, nelle contraddizioni, nei pericoli della vita quotidiana.
È il battesimo nell'umanità!

Lo stesso Spirito che ci ha fatto diventare figli di Dio, adesso ci fa diventare fratelli di tutto gli uomini.
Ci unisce verso l'alto e verso il basso.
E il deserto diventa il punto in cui si saldano le due dimensioni: quella divina e quella umana.

La vita nello Spirito non produce "anime belle", ma persone che imparano il mestiere di uomini in mezzo agli altri uomini.
La vita nello Spirito è cammino, è itinerario da scoprire e inventare giorno dopo giorno.

Un cristiano che se ne sta rintanato in chiesa, tra i suoi, non è uno che è "al sicuro" dal male,
è uno che è fuggito allo Spirito, che si è sottratto alla vita.

14 febbraio 2015

VI domenica p.A.

"Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò" (Mc 1,40-45)

Per capire il gesto veramente rivoluzionario di Gesù dobbiamo fare un po' di mente locale a cosa significava essere lebbrosi a quei tempi. La lebbra era segno della maledizione divina, era segno di impurità, il lebbroso non poteva toccare niente e nessuno, né poteva essere toccato. Da una parte questo voleva salvaguardare le persone dal contagio della malattia. Ma soprattutto dal contagio dell'impurità, dal contagio della maledizione divina.
È questo il segno dell'idea che il bene, se entra in contatto col male, si corrompe. In fondo c'è l'idea quindi che il male sia più forte del bene. È il segno che noi pensiamo che nella lotta tra bene e male, quest'ultimo sia più forte.

Gesù col suo gesto, con quel tocco ci dimostra invece che il bene è più forte, che nel contatto col male, chi ne esce sconfitto, che ne esce distrutto, non è lui,ma il male.

Ma c'è un'altra rivoluzione compiuta da Gesù con quel tocco. C'era, e c'è ancora, l'idea che per avvicinarsi a Dio bisogna essere puri, "senza difetti e senza macchia". E di conseguenza il nostro sguardo più che su Dio è rivolto a noi. Siamo più preoccupati di noi che dell'amore di Dio. Il lebbroso, con la sua domanda, col suo avvicinarsi, ci dimostra invece che il suo sguardo è fisso sull'amore di Dio. E Gesù tendendo la mano e toccandolo ci mostra che Dio non ha paura di sporcarsi le mani con la nostra miseria, con i nostri egoismi, con tutte le nostre cattiverie e le nostre brutture. Lui è venuto proprio per questo.

E allora scopriamo che non quello che conta non è essere puri, ma quello che conta realmente è che non saremo mai così impuri da non essere toccati, accarezzati e guariti da Lui.

30 gennaio 2015

IV domenica p.A.

"Io so chi tu sei: il santo di Dio!"

Qualcuno ha scritto che il più grande teologo è il diavolo. E difatti è proprio lui il primo a riconoscere in Gesù il Figlio di Dio fatto uomo.

Incontrare Gesù non basta. La fede non nasce solo da un incontro, ma nasce da un rapporto. La fede È un rapporto. Un rapporto d'amore tra due persone, tra te e Dio, è un reciproco mettersi nelle mani dell'altro, è donarsi all'altro e nello stesso tempo ricevere in dono l'altro.

Sapere tutto o quasi di Dio, conoscerLo, non è aver fede, non ci serve a niente se non stabiliamo con Lui una relazione amorosa.

25 gennaio 2015

Un libro consigliato

Ho sempre considerato Giona come un libro molto umoristico, per cui quando ho visto che il sottotitolo di questo volume era "Il libro più umoristicamente serio della Bibbia", e che per giunta era scritto da un autore, Alessandro Pronzato, che stimo, ho "dovuto" comprarlo.

Leggerlo è stato un approfondire la conoscenza dell'umorismo di Dio (argomento troppo poco affrontato da teologi ed esegeti, forse perché si prendono troppo sul serio). Ma anche scoprire come il fatto di avere una corretta teologia non vuol dire fare la volontà di Dio. Puoi avere idee, convinzioni, credenze perfettamente ortodosse e giuste, ma agire e vivere in modo completamente opposto alla volontà di Dio.

E Dio non per questo ti ripudia, non per questo di abbandona, non per questo ti condanna. Anzi. Fa di tutto (in questo caso converte 120.000 niniviti, nel caso del fratello maggiore della parabola del figliol prodigo esce dal banchetto e dalla casa) per convertire il suo profeta.
Il guaio è che sia con Giona che col fratello maggiore, non sappiamo se tanto sforzo, e tanta sofferenza divina, abbiano raggiunto il risultato.

24 gennaio 2015

III domenica p.A.

«Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini»

Due cose mi vengono in mente.

1) Quando Dio ti chiama non rovescia la tua vita come un calzino, ma ti chiede di continuare a fare quello che sei capace, solo con un cuore nuovo, con un nuovo scopo. Non ti da un nuovo compito, solo dona un nuovo scopo al tuo compito solito. Allarga il tuo orizzonte, ti dona una meta più alta. Fa del tuo solito lavoro non un peso che ti schiaccia, ma un parapendio che ti solleva fino al cielo.

2) Quando Dio ti chiama, ti chiama così come sei. Lui ha voglia di te così come sei. Quelli che per te sono limiti, difetti, mancanze, per Lui sono strumenti di precisione, strumenti unici e indispensabili per portare il suo amore e la sua misericordia nel mondo, per donarti la sua pace e la sua felicità.

17 gennaio 2015

2 DOMENICA TEMPO ORDINARIO

"Che cosa cercate?" domanda Gesù ai due discepoli. Una domanda che riecheggia molto quella che farà al cieco nato "Cosa vuoi che io ti faccia?".

Noi siamo portati a pensare a cosa possiamo fare per Dio, anzi, il più delle volta abbiamo un po' paura di cosa Dio ci possa chiedere, le parole che il serpente disse ad Eva risuonano nella nostra mente. 
Invece Dio è venuto sulla terra, 
è venuto tra noi, 
per mettersi al nostro servizio
Non è venuto per dirci cosa dobbiamo fare per Lui,
    ma per chiederci cosa Lui può fare per noi; 
non è venuto per dirci cosa vuole, 
    ma per chiederci cosa vogliamo noi.

Ma questa domanda ci rivela anche un'altra cosa. Troppo spesso neanche noi sappiamo cosa cerchiamo, cosa vogliamo. Il nostro cuore è tirato di qua e di la da tantissimi desideri, a volta anche contrastanti. È difficile per noi avere quello che i Padri chiamavano "un cuore indiviso", un cuore cioè che vuole una cosa sola, che cerca una cosa sola. E tutti i vari desideri, le varie aspirazioni, indirizza a questo unica meta. 

Con sole tre parole Gesù ci svela il vero volto e il vero cuore del Padre, ma anche ci svela una parte di noi. 
Ci dona un Dio che ci ama, e ci dona una via per la nostra felicità già qui su questa terra.

14 gennaio 2015

da "Taci"

La poesia è il mio paese e l'amore è il mio cammino; 
   così risiedo viaggiando, 
scolpendo la mia geografia con lo scalpello dello smarrimento; 
   ed ecco la luce: 
non corre più nei passi dei bambini; 
allora perché il Sole ripete il suo volto? 
Non scenderai tu 
   Pioggia 
      per lavare questa volta l'utero della Terra? 

La notte, 
   lampi, 
      i tessuti del tempo bruciano, 
         la verità si vela, 
            la Terra. 

Sognami 
   e dì:  Ovunque io vada vedrò una poesia abbracciarmi. 
Sognami, veramente, e dì allora:  
In ogni poesia vedrò una dimora per me.

(da Taci dei Radiodervish)

05 gennaio 2015

Siamo tutti un po' Natanaele

Nel vangelo di oggi, Natanaele dice, a proposito di Gesù: "Da Nazareth può venire qualcosa di buono?"

Quanti Cristi abbiamo rifiutato, condannato, pensando e dicendo che "niente di buono poteva venire...
... dalla Romania
... dall'Africa
... dagli zingari
... dal meridione
... dal settentrione
... dalla regione vicina alla nostra
... dal paesino a 10 km
... dai comunisti
... dai fascisti
... dai cattolici
... dai protestanti
... dagli atei
... da ...
... da ...
... da una qualsiasi delle innumerevoli etichette che appiccichiamo alle persone e che ci impediscono di vedere che dietro l'etichetta c'è un essere umano proprio come te".

Che a ognuno di noi capiti un amico che ci dica "vieni e vedi" e che ci trovi disposti a farlo.

Che ognuno di noi sia per l'amico colui che invita a 'venire e vedere'.